Arte Migrante: intervista a Tommaso Carturan

Abbiamo conosciuto Tommaso al campo-lavoro “Riace rinasce – Verso un’umanità plurale” organizzato dalla famiglia comboniana nel piccolo borgo calabrese dall’1 al 10 agosto. Un giovane di 33 anni, studente universitario e cantautore, che ha saputo usare la sua arte per mettersi a servizio dei più poveri, degli emarginati, per creare amicizia e integrazione. Lo ha fatto fondando Arte Migrante, di cui in questa intervista ci parlerà: « Arte Migrante è stata per me una chiamata di Dio, una scelta di vita, una vocazione, ma ogni partecipante lo vive secondo il suo credo, secondo il suo sentimento», nel segno di quella “convivialità delle differenze” tanto cara a don Tonino Bello.

Cosa ti ha spinto a creare “Arte Migrante”? Che cos’è? Cosa fate?

Arte Migrante è nata dopo un’esperienza che ho vissuto in Campania con il missionario comboniano Padre Alex Zanotelli e altri 50 attivisti, intitolata “Carovana della Pace”: nel carcere di Eboli, insieme ai detenuti, abbiamo cantato una mia canzone sulla Palestina e in quel momento ho scoperto la forza che ha la musica di unire profondamente persone molto diverse tra loro, di farle avvicinare quasi immediatamente e di renderle amiche. Appena rientrato a Bologna ho voluto riproporre quell’esperienza riunendo amici, senza tetto, migranti di tutte le culture ed espressioni religiose creando dei momenti di condivisione all’insegna dell’arte. Da qui, il 17 Ottobre 2012, è nata Arte Migrante. 
In pratica le serate si dividono in tre momenti: ci si siede in cerchio e si dà inizio alle presentazioni per rompere il ghiaccio (c’è sempre qualcuno che approda per la prima volta ed è bello includerlo da subito raccontando ognuno qualcosa di sé). Poi la cena comune, per favorire la relazione, e infine la condivisione, il momento più importante, dove chi vuole condivide un’esibizione artistica, una lettura, una danza, un canto, oppure racconta la sua storia. 
Agli inizi eravamo solo in 20… ora Arte Migrante si è diffusa, non solo in gran parte d’Italia, ma anche a livello internazionale e oltre alle nostre serate promuoviamo progetti, iniziative, spettacoli anche in collaborazione con altre associazioni sempre a servizio degli ultimi.

Non basta dare un permesso temporaneo di soggiorno per fare accoglienza: il tuo impegno ci fa riflettere sui temi dell’incontro, della solidarietà, della vicinanza umana. Qual è la tua personale esperienza?

Certo, il permesso di soggiorno non vuol dire automaticamente inclusione! Noi ad Arte Migrante puntiamo tanto sulla relazione, sull’importanza dell’amicizia: è bello sentir dire da tante persone sole e scartate dalla società, con storie difficili alle spalle, che quando vengono alle serate di Arte Migrante si sentono accolte come in famiglia. È questo ciò di cui c’è veramente bisogno: amicizia, fratellanza, umanità. E l’arte crea un collante, è uno strumento che avvicina anche le persone più diverse intessendo nuovi e bellissimi legami. Questa è l’anima che dà vita ad Arte Migrante.

Quale contributo “Arte Migrante” ha dato alla tua vita di fede? Quanto l’incontro con gli ultimi e con i credenti di altre religioni ha arricchito il tuo rapporto con Gesù? 

Premetto che Arte Migrante non ha una identità religiosa, ma abbraccia espressioni di fede differenti: cristiani, musulmani, buddhisti, induisti… e anche tanti non credenti. Questa è secondo me la nostra bellezza distintiva e ciò che ci arricchisce di più. Io personalmente sono cattolico e nella mia vicinanza agli ultimi sento tanto vicino l’esempio che ci ha dato Gesù, lui che stava con i lebbrosi, i malati, i pubblicani. Noi cerchiamo di intessere “relazioni di giustizia”, fondate sul rispetto reciproco in cui ciascuno è uguale all’altro, consapevoli come siamo di essere tutti fratelli, nonostante le culture diverse e i differenti paesi di provenienza, e tutti incamminati sulla strada dell’Amore, che è il nostro vero traguardo. Penso che questa iniziativa sia una bella testimonianza: al posto di costruire muri cerchiamo di abbattere i pregiudizi, i razzismi, l’indifferenza, e scopriamo ogni settimana che la diversità è una ricchezza e che ci si può tranquillamente abbracciare in nome della fratellanza.

-Dire bene di-

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